Lo studio / L’artista
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Di Alessandro Masi

All’inizio era solo un’emozione, qualcosa che somigliava più ad un’impressione che non ad una forma certa. L’intuizione colta nella nascita di un segno certo somigliava di più a quell’idea che da tempo ronzava nella testa e che non era stata mai in grado di germogliare da sola. La scultura di Patricia Mallìa nasce così, come per incanto e fiorisce nel giardino dei desideri inespressi dopo una lunga gestazione. Nasce come in voglia di scoprire lo spazio del mondo e conoscere le meraviglie delle forme formanti.

Quando uno scultore sente insorgere dentro di sé l’ansia della vita vuol dire che è pronto a dar vita allo spettacolo dell’arte senza alcun pudore, né sentimento di scandalo. Uscita dalla strettoia degli studi universitari di storia dell’arte Patricia Mall’a non ha resistito alla voglia di frugare tra le pieghe dell’invenzione, seppure supportata dall’esperienza di maestri (come testimonia quella di Nino Mandrici), per volare libera sopra gli orizzonti fino allora inespressi della finitudine della luce ed oltre la materia. Presa per forza e per coraggio, la sua statuaria di legni e di pietre si è andata poi ricostituendo un carattere più stabile e grammaticale al punto di giungere ad un primo confronto che si materializza oggi nella rassegna che il presente testo introduce al pubblico.

Critica

Ma andiamo con ordine. Innanzitutto va sottolineato che l’interesse che ha spinto Patricia verso la scultura è un interesse che ha un fondamento nella sua sensibilità poetica e disinibita, quasi un anelito verso l’altrove che l’arte rappresenta nelle forme dell’ignoto. Voglio dire che l’artista sente, a prescindere dalla ri-costituzione di un linguaggio specifico, che la sua missione di questa vita si esplica attraverso l’arte. La suggestione di uno sguardo, la contemplazione di un paesaggio, la forma di una nuvola sono già colti in lei come segnali di un essere diverso che ha stabilito con il mondo un linguaggio costantemente configurato verso la novità. I segni delle convenzioni, prim’ancora di dichiararsi artista, erano segni di costrizione con i quali Patricia Mallìa non sentiva alcuna affinità caratteriale e che finivano per lo più con il pesare negativamente sulla sua sensibilità germogliante. Fu per questo che dopo l’approccio agli studi universitari, si sentì liberata nelle materie manuali, ossia in quelle discipline nella quali più che le ragioni della Ragione, erano quella del cuore ad averla vinta.

Osservando Patricia Mallìa, il filosofo francese Pascal avrebbe avuta acclamata la sua teoria a dimostrazione di quanto possa essere vera la realtà di una verità diversa fatta di sensibilità e di ragionamenti intuitivi. Fu così che i suoi primi passi si mossero tra le aule dell’Accademia di Belle Arti di Roma e lo studio di un artista iraniano capace di far coincidere quel sentimento forte delle sue forme con la grazia tutta orientale di vetri dipinti multicolore. Questa componente, diciamo così, sensibilmente esotica è qualcosa che non può essere sottovalutata nella biografia dell’artista. Patricia Mallìa è nata in Libia! Mi racconta che dalla sua casa sul mare ha contemplato per tutta la giovinezza le onde infrangersi sulla spiaggia ed osservato il mutare delle forme delle dune di sabbia; ha ascoltato il fragore notturno del mare, che è anch‚esso forma formante dell’immaginazione e madre di tutte le idee. Insomma, Patricia Mallìa prima di dichiararsi artista aveva subito il fascino dell‚arte della natura con una sensibilità così intensa da non lasciar sfuggire neanche un attimo di quella vita attiva che è la natura. Un cumulo di esperienza si era già posata sulla sua mano prima ancora che questa si decidesse a tracciare con forza i primi segni di un‚altra natura, quella naturata dall’uomo ma non per questo meno potente e suggestiva e che noi chiamiamo arte.

Sua madre era fiorentina e questo forse aggiunge quella grazia liberale, forse da lei assorbita nei tanti periodi estivi passati in Toscana dove è impossibile non incrociare il proprio sguardo con quello di Michelangelo o di chiunque altro grande maestro del Rinascimento, figlio legittimo di quel pensare platonico tra forma e sostanza che il solo nominare suggerisce la chiave esegetica per comprendere meglio anche l‚arte di Patricia Mallìa.

L’incrocio di due paesaggi forti, quello libico e quello italiano, unitamente ad un approccio sensibile alle diversità che le forme offrono alla vita stessa delle forme, hanno finito per rimuovere in lei una pelle che copriva apparentemente una superficie inesatta del suo modo di essere. A ciò si aggiungano due episodi biografici di non poca importanza: la morte dei suoi genitori e la nascita dei due figli! I due eventi sono stati come delle saette che hanno folgorato nel male e nel bene il suo percorso fino a farle maturare l’idea di lasciare finalmente il suo guscio in cui angustiava se stessa e darsi completamente vera alla vita attraverso l’arte. E’ stato come nascere una seconda volta e vedere il sole sorgere e tramontare con altri occhi! “Spesso la gente non sa da che parte sorge il sole”, afferma Patricia nell’intervista rilasciata a Pierpaolo Conti. Ed è vero. Spesso si lasciano vivere dalla realtà in maniera passiva, subendola, distraendosi dagli effetti benefici della natura. Si proprio la natura che è forza indispensabile per la sopravvivenza in un mondo che sembrerebbe volerne fare a meno. La natura che è intuizione, gesto primo, creazione, vita.
Dunque, rimasta sola di fronte alla realtà dei fatti, Patricia Mallìa ha reagito vigorosamente scegliendo di rimuovere quello strato epidermico di pelle che la separava dal resto del mondo ed ha iniziato a creare forme.

Dapprima seguendo una casualità del tutto immaginaria, poi organizzando meglio quell’universo di suggestioni che la proprio la natura gli veniva offrendo attraverso i materiali del legno o della pietra. Bastava togliere il superfluo, come avrebbe detto Michelangelo, per veder comparire ciò che quella radice o quel masso portavano dentro di sé. Lasciar raccontare le cose alle cose quasi assistendo ad un miracolo, ecco cosa vuol dire essere artisti. Togliere il superfluo fino a scarnificare ciò che il racconto vorrebbe nascondere. Svelare l’enigma delle forme. Dare vita all’invisibile.

Lasciare che la mano segua le pieghe nascoste della materia per far risorgere potente ed assoluta la vita che vi si cela nell’inerzia opaca.

Le mani. Le mani che carezzano, che amano, che uccidono. Le mani che creano. Affusolate, lunghe, dritte verso il cielo quasi ad indicare un mondo verso cui aspirare, dirigersi e andare. Mani vere come quelle uscite da un calco che Patricia Mallìa ha deciso di tenere per sé quale principio del suo fare arte. Piacevano pure quelle parti non finite del calco, quelle escrescenze materiche che davano un senso di primordialità ancora più umana e suggestiva alla perfezione del resto dell’arto. Mani come fiori di una pianta immersa nella terra del tempo, come radici capovolte in cerca di acqua preziosa per sopravvivere nell’universo riarso delle forme.

Isolate dal contesto, le mani di gesso di Mallìa pesano come un pomo di una natura morta metafisica. Assottigliano lo spazio quelle dita puntute, diaframmate, forti nella loro ostinata volontà di esistere tra le forme dell’arte. Mi viene di pensare ad Arturo Martini e a cosa avrebbe detto nel vedere esposte in una mostra questo paio di mani di gesso. Forse l’avrebbero sollevato dall’angoscia del dubbio circa la validità della statuaria moderna di celebrare l’idea di una forma antimonumentale oppure lo avrebbero reso ancora più perplesso sul destino dell’arte moderna. Comunque sia, queste mani sono per Patricia Mallìa una sorta di manifesto poetico, di dichiarazione di intenti lirici che bene danno la misura di cosa l’artista intenda per scultura: forme e concetto come distanze ricolme, lontane e vicine nello stesso tempo, idee contrapposte ma non diseguali come le dita delle due mani che si sfiorano sul dorso.
Chiarire il mistero del fare arte in un tempo controverso come è il nostro è del tutto impossibile e del resto Patricia Mallìa non intende affatto cimentarsi in tale prova. Credo piuttosto che ella intenda soprattutto dimostrare come sia possibile, attraverso l’arte, recuperare il senso pieno dell’esistenza; esaltare ciò che la natura nasconde nelle cose; farriemergere la consapevolezza del bello come progetto di salvezza per l’uomo.

Nel tentativo di dimostrare tutto ciò, Patricia Mallìa segue un suo metodo, avendo un approccio unico e riconoscibile a sua disposizione nel plasmare forme come nello scolpire pietra o nel fondere il bronzo: la sua arte non viene mai prima della natura, ossia non vi è mai un anticipo razionale sull’istinto che è alla base dei suoi racconti e delle sue precoci intuizioni. Una forma di donna o un busto sono tali perché quel nodo di legno o quella venatura l’hanno ispirata prima che potesse avere il tempo di pre-concepire un progetto dell’arte. E‚ come se una sorta di anticipo d’immaginazione gli permettesse di vedere ciò che gravita nello spazio dell’evento e dunque della forma che sta per prodursi. A differenza di molta scultura contemporanea di carattere concettuale, quella di Patricia Mallìa offre un orizzonte meno antagonista alla natura e per questo ancora in grado di regalare emozioni e di dialogare sulla base di valori tendenti all’universale. Tra queste colpisce il legno “Il Mare”, il mare “che chiama a sé ogni cosa” (Khalil Gibran “Il profeta”) e che come l’acqua si confonde e si conforma nel vortice dei venti nel tentativo di liberarsi dalle prigioni delle forme. Questo “Mare” è una donna simile ad un alito di vento. Vento a cui abbandonare i propri capelli come ad un destino ineluttabile, lasciandosi mo­del­la­re il viso, i seni e le rotondità veneree. E‚ una scultura che sembra essere giunta da molto lontano e da un tempo antico. E‚ arcaica e impenetrabile come quella d’oriente eppure forte e vigorosa, piena di ansie e di evocazioni barocche come la stupefacente “Iside”, bellissima e sognante, “prima e ultima/scandalosa e magnifica” come nelle parole dell’inno a Iside (ritrovato a Nag Hammadi, III-IV secolo). In questa opera di Mallìa l’equilibrio tra ciò che si vede e ciò che resta nell‚ombra equivale a ciò che è scolpito e tutto quello che rimane informe, incompiuto in un dosaggio dimostrabile e perfetto di visione plastica neoplatonica. Questa Iside è una donna il cui richiamo erotico è forte, ha un corpo generoso e dei fianchi che paiono due vertigini, ma nello stesso tempo è profondamente materna, protetta e protettiva, si mostra ma non si concede, ha occhi ma non guarda, è viva ma resta racchiusa dentro un segreto come racchiuse sono le cose preziose. Il finito delle superfici della sua pelle è tirato e liscio, gradevole e sensuale quanto contrapposta e respingente è la materia grezza e non finita che l’avvolge, circondandole la testa e i seni, formando una matassa informe dentro cui ripone il capo……..

Formazione artistica
Diploma presso l’Accademia di Belle Arti di Roma, corso di pittura del Prof. Brunori
Corso biennale di scultura su pietra a Pietrasanta Corso di modellato e scultura su legno del Maestro Nino Mandrici

Esposizioni

  • ‘’Ilove’’ , Convento di S. Croce. Todi
  • ’Isolina e le atre‘’, Centro di arte Contemporanea. Trento
  • Collettiva istituto di Arte Contemporanea. Ravenna
  • “Collusioni e collisioni d’arte’’ , Villa Gualino. Torino
  • Fisis, 2° edizione Arte Contemporanea 09. Amatrice
  • Ars Creandi”, Museo V. Crocetti. Roma
  • “T+T=A”, Scuderie Aldobrandini. Frascati
  • “Tante Vie”, Museo Civico U. Mastroianni. Marino
  • “Frammenti di Passione”, Istituto di cultura italiana, Zurigo
  • “Solitudine degli Angeli”, terrazze di Castel Sant’Angelo, Roma
  • Lo specchio la trottola gli astragali” Bunker dell’Eur. Roma
  • “Communications”, Kunstforuminternational. Svizzera
  • “Tra Angeli e Demoni”, Archivio di Stato S. Ivo alla Sapienza, Roma
  • “ArtenelMediterraneo”sededell’OrdinedeiCavalieri di Malta

Esperienze Professionali

  • Collaborazione nei seguenti cantieri delle ditte Consorzio RE.CO, AR.CON snc e STUDIO C.R.C – Settore restauro e conservazione di monumenti antichi. - Porta bronzea di S. Marco, Venezia - Ori dei Tauri, Taranto - Musei Capitolini sculture di epoca romana, Roma - Ricomposizione dei frammenti della Basilica superiore di S. Francesco, Assisi - Affreschi del Casino absidale della Basilica dei SS. Giovanni e Paolo, Roma - Stucchi e affreschi della Cappella di Ippolito D’Este a Villa D’Este, Tivoli
  • Porta bronzea di S. Marco, Venezia
  • Ori dei Tauri, Taranto
  • Musei Capitolini sculture di epoca romana, Roma
  • Ricomposizione dei frammenti della Basilica superiore di S. Francesco, Assisi
  • Affreschi del Casino absidale della Basilica dei SS. Giovanni e Paolo, Roma
  • Stucchi e affreschi della Cappella di Ippolito D’Este a Villa D’Este, Tivoli
  • Studio di architettura di interni Era Vetro di Roma.
  • Realizzazione vetrate con tecniche a collage, piombo e pittura di cui due esposte alla mostra ”Vetri nel Lazio1998”, Roma

Premi

  • A.R.E.A.3536PremioConcorsoInternazionalediarte contemporanea09
  • 27°premioalConcorsodipitturaMartinsicuro
  • Segnalazionespecialedellagiuriaalconcorsodipittura Città di Montefiore
  • SegnalazionespecialedellagiuriaallaBiennaledellacittà di Ravenna
locandina_artinvasion
26 gennaio 2015
Workshop “La Linea e Il Volume”

Corsi

Laboratorio di scultura figurata in creta A cura di PATRICIA MALLIA Orario: 14-17 Euro 35 a persona, materiale incluso Info e iscrizioni: 320.4571689 (max 8 partecipanti)

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